Ponente Varazzino


19 Novembre 2009

Dure reazioni all’approvazione del D.L. Ronchi sulle privatizzazioni

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Varazze, 19.11.2009.

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Dure reazioni all’approvazione del D.L. Ronchi sulle privatizzazioni

no_all'acqua_pubblicaItalia dei Diritti contro la privatizzazione dell’acqua. Il vicepresidente Roberto Soldà: “L’acqua non è un bene, ma un diritto”.

Roma, 18 novembre 2009 – “L’acqua non è un bene, ma un diritto”. Questo è stato il breve, secco e deciso commento di Roberto Soldà, vicepresidente dell’Italia dei Diritti, riguardo il decreto Ronchi, che contiene la norma sulla liberalizzazione dell’acqua che in questi giorni divide l’opinione pubblica e politica e che soprattutto in Puglia sta suscitando la dura reazione del Presidente della Regione, Nichi Vendola.

La proposta di legge emessa dal Governo, e sul quale è stata chiesta la fiducia, prevede che oltre il 70% del mercato dell’acqua venga destatalizzato, a discapito ovviamente dell’azienda pubblica. “Con la privatizzazione si corre il rischio che l’acqua diventi proprietà di varie strutture e società – ha continuato l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – andando a minare così la democrazia. Basti pensare ai posti dove c’è la mafia, la camorra, la n’drangheta, che sicuramente faranno di tutto per mettere le mani su quello che oggi viene chiamato l’oro blu. Come Italia dei Diritti ci impegniamo a sostenere una battaglia contro un decreto ingiusto e antidemocratico”.

Fonte: Ufficio Stampa Italia dei Diritti

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Da “presidente Aduc” – Acqua pubblica o privata? No, per ora solo danni agli utenti. Verso l’alternativa?

E’ all’ordine del giorno la discussione sul cosiddetto mantenimento del servizio pubblico o la cessione ai privati. I partigiani di quest’ultima ipotesi dicono tutto e il contrario dello stesso: negano che si tratti di privatizzazione ma non entrano nel merito. I partigiani dell’acqua “pubblica” sembrano marziani in Terra, come se l’attuale servizio pubblico -che difendono- avesse a che fare con il bene pubblico.

I modelli in corso e proposti sono quelli su cui siamo intervenuti più volte  denunciando furberie, ladrocini, fino a truffe vere e proprie ora al vaglio dell’autorità giudiziaria.

Noi non abbiamo una formula vincente ma, al momento, una sola preoccupazione: che a pagare, senza servizio o con un pessimo servizio, sia sempre l’anello finale, l’utente. Una cosa e’ certa: il servizio pubblico erogato fa schifo e non è economico. Ci sono delle eccezioni, ma non schiaffeggiamo la realtà se asseriamo che mediamente è così.

I problemi centrali sono quattro e, non a caso, legati all’assenza di mercato:
1 le società erogatrici dei servizi sono sì private ma con -prevalente o meno- capitale pubblico, cosiddette società miste;
2 lo Stato (o altro ente pubblico) che dovrebbe controllare, di conseguenza, è in palese conflitto di interessi, dovendo controllare se stesso;
3 la concorrenza territoriale non esiste, perchè l’utente ha a disposizione sempre e solo un erogatore del servizio. Che, di conseguenza, non agisce con logiche di mercato per avere nuove adesioni al proprio servizio, ma è dedito solo al più intenso sfruttamento dei propri sudditi, con la costante minaccia di interruzione di un servizio a cui nessuno, in quanto unico, puo’ rinunciare;
4 non esiste un mercato e un business del settore, se non transitando nei meandri delle amministrazioni e dei partiti che le gestiscono, dovendo genuflettersi agli stessi e, quindi, senza possibilità di offrire alternative.

Una realtà con la quale occorre confrontarsi perché va superata.
L’attuale assetto del servizio pubblico è un danno per gli utenti e per le casse dello Stato. Un ipotetico assetto ancora piu’ centralistico e monopolista non e’ realizzabile visto il contesto e gli impegni economici del nostro Paese in sede Ue e viste le disastrose esperienze passate la cui eredità è la principale responsabile del presente.

Noi nel frattempo siamo dalla parte dell’utente, per difenderlo dai soprusi della quotidianità. Facciamo “riduzione del danno”. E ne facciamo tesoro per capire e partecipare con idee e proposte verso un nuovo assetto che abbia al centro l’utente e un binomio: il diritto al servizio e la liberta’ di scelta dello stesso.

Fonte: Greenreport – di Vincenzo Donvito.

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Da “Greenreport” – Servizi pubblici locali, via libera alle corse delle multinazionali. CittadinanzAttiva annuncia: «Raccolta di firme per un referendum abrogativo»

Il governo ha chiesto il suo ventiseiesimo voto di fiducia, per l’approvazione del decreto sugli obblighi comunitari che contiene, all’articolo 15, la tanto discussa riforma dei servizi pubblici locali. Il ricorso alla fiducia lo ha chiesto all’aula di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito, motivandolo con «la ravvicinata data della di scadenza del decreto» che contiene «obblighi comunitari che non possiamo eludere». Ma su cui devono aver contato anche i malumori che la riforma ha suscitato anche nell’ambito della maggioranza.

Secondo quanto ha annunciato il ministro Vito, la fiducia è stata votata su un “maxiemendamento” con un testo «identico» a quello approvato dalla commissione che «è identico a quello arrivato dal Senato».

Il testo approvato dal Senato prevede, come aveva spiegato il relatore Lucio Malan (Pdl) «un passaggio graduale ma rapido alle gare ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione dei servizi pubblici locali, che produrranno concorrenza effettiva con possibilità di competizione».
Le gare ad evidenza pubblica diventano quindi la regola per l’affidamento dei servizi (ad eccezione della distribuzione dell’energia elettrica, del trasporto ferroviario regionale e delle farmacie comunali) da parte delle amministrazioni.

Le gestioni frutto di un affidamento in house cessano alla data del 31 dicembre 2010, ma le società partecipate potranno mantenere i contratti stipulati senza gara formale fino alla scadenza naturale a patto che le amministrazioni cedano loro almeno il 40% del capitale. Le società quotate in borsa avranno una proroga di tre anni del termine ultimo entro cui la partecipazione pubblica dovrà scendere sotto il 30%. I nuovi termini stabiliscono che la quota non sia superiore al 40% entro fine giugno del 2013 e non sopra il 30% entro fine 2015, mentre il limite previsto inizialmente dal decreto legge uscito dal Consiglio dei Ministri era di una quota non superiore al 30% entro il 31 dicembre 2012.

Quindi la tanto discussa riforma dei servizi pubblici locali, sui cui si era confrontato – senza successo – anche il passato esecutivo verrà avviata attraverso un articolo di un decreto omnibus, attraverso un voto di fiducia.

Una decisione accolta con la protesta dai banchi dell’opposizione e uno sciopero che da stamani sino a stasera alle 23, ha visto incrociare le braccia dei lavoratori addetti ai servizi di igiene ambientale. Cgil, Cisl, Uil e Fiadel hanno proclamato per oggi infatti uno sciopero nazionale contro l’approvazione dell’art.15 del Dl 135/2009, perché contrari alla privatizzazione dei servizi pubblici locali in essa contenuta.

Per le sigle sindacali che hanno indetto la giornata di protesta la riforma – che hanno definito «una privatizzazione selvaggia ed immotivata» – rappresenta «una vera e propria destrutturazione dei servizi pubblici locali, fatta a discapito dei cittadini e, nel caso particolare del ciclo dei rifiuti, della loro salute».

Una riforma accusata quindi di voler privatizzare i servizi pubblici e che ha convogliato il massimo delle critiche da parte dell’opposizione e dei movimenti ambientalisti sul settore dei servizi idrici. «Proseguire sulla strada della privatizzazione – ha dichiarato il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – vuol dire che entro i prossimi quindici anni il 65% del servizio idrico dell’Europa e del Nord America sarà gestito da sole tre multinazionali. Gli interventi normativi che occorrono al nostro Paese per ripristinare su tutto il territorio nazionale un servizio idrico efficiente ed evitare speculazioni economiche e disservizi sono altri».

«Occorre infatti – ha continuato Cogliati Dezza – trovare forme innovative per rendere protagoniste le comunità locali nella partecipazione alla gestione dei servizi idrici, per vigilare sull’applicazione di un esercizio trasparente ed equo, dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. Su questi aspetti sarebbe fondamentale intraprendere scelte distinte e puntuali in base alle esigenze territoriali e non generiche, come quelle proposte dal testo di legge in questione, per evitare casi di cattiva gestione o la prevalenza di logiche di profitto a discapito della qualità del servizio e della risorsa, come le perdite idriche e la mancanza di investimenti».

Una riforma che come ha scritto Antonio Massarutto sul sito lavoce.info «crea più problemi di quanti non ne risolva» e che solleva il problema «circa l’utilità di affidare a una norma trasversale una materia che invece comporta notevoli specificità settoriali e in cui le opportunità di introdurre stimoli concorrenziali sono diverse da settore a settore».

Il tema su cui convergono molte opposizioni a questa riforma è il ricorso obbligato alla gara che viene visto come una strada maestra per la privatizzazione di un servizio essenziale quale quello idrico, e che viene rafforzato dall’aver introdotto nel testo l’obbligo, per chi partecipa alla gara, ad avere almeno il 40% delle azioni e la gestione operativa.

In una gara spiega Massarutto «il gioco può essere alla pari solo se il vincitore viene scelto in base a criteri oggettivi, come la migliore offerta economica. Ma questi richiedono specificazione puntuale delle contingenze future, definizione precisa dei rischi economici e di chi li sopporta, affidamenti brevi, oggetti semplici». Criterio che è difficile stabilire in maniera univoca per servizi diversi.

«L’effettivo verificarsi di queste circostanze dipende,essenzialmente – continua infatti Massarutto – dall’oggetto che si mette in gara e questo varia da un servizio all’altro, in funzione sia delle caratteristiche specifiche di ciascuno, sia delle scelte effettuate a monte dalla legislazione di settore. In particolare, si verificano con difficoltà laddove rischio economico e investimenti sono accollati al gestore in condizioni di elevata incertezza sui ritorni futuri, come nel settore idrico; o dove il rapporto fiduciario con il territorio è condizione fondamentale del consenso alle scelte, come per i rifiuti».

Quindi riportare la questione solo ad una questione di obbligo di gara per l’affidamento del servizio è fuorviante per risolvere i mille problemi che comunque affliggono il settore dei servizi pubblici, così come sarebbe illusorio pensare per questa strada di avviare le privatizzazioni come il governo vorrebbe fare.

«L’imparzialità diventerebbe illusoria – scrive Massarutto – con aggiudicazione in parte discrezionale; e nessun privato entrerebbe in lizza contro imprese pubbliche che, verosimilmente, saranno preferite. Pensare di risolvere il problema impedendo alle aziende pubbliche di concorrere sarebbe come curarsi il mal di testa tagliandosela: le aziende pubbliche rappresentano pur sempre, nel male ma anche nel bene, l’ossatura portante del sistema».

Il problema della gestione dei servizi pubblici, e dell’acqua in particolare, andrebbe quindi fatto sulla base di una profonda discussione sul tema, in un percorso che porti a un sistema di caduta dei monopoli e delle rendite acquisite, che abbia come obiettivo quello di conseguire risparmio ed efficienza e maggiori garanzie da parte dei benefici che ne possono trarre i cittadini.

Un percorso che è assai diverso da quello intrapreso e che vuole portare ad ottenere una riforma così importante attraverso l’inserimento di un articolo in un decreto che interviene sui ritardi in merito agli adempimenti comunitari, considerando anche il fatto che su questo tema delle gare -contrariamente a quanto è stato detto- l’Italia non ha accumulato nessun ritardo.

«Il Governo si è bevuto la fiducia dei cittadini. Blindando l’acqua nel decreto Ronchi, infatti, l’esecutivo ha dimostrato di essere preoccupato più di assecondare gli interessi dei gruppi industriali privati che di regolamentare un settore vitale per la società con la costituzione di una Autorità.
La decisione odierna non può che indurci a sostenere la raccolta firme per un referendum abrogativo».
Nelle parole del segretario generale Teresa Petrangolini, la posizione di Cittadinanzattiva in merito ad una decisione che di fatto rende obbligatoria la privatizzazione della gestione dell’acqua.

«Ad avvenuta approvazione del decreto – continua Petrangolini – il Governo dovrà preoccuparsi di giustificare all’opinione pubblica l’inevitabile aumento delle tariffe. La scusa dei bassi costi in Italia rispetto al resto dell’Europa non regge a fronte dei diversi volumi di investimenti, delle deroghe ai livelli di potabilità, e alla qualità complessiva del servizio».

Fonte: Greenreport – di Lucia Venturi.

Il direttivo.

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