Ponente Varazzino


30 Dicembre 2020

Riti e socialità a Natale in terra di missione con sr. Daniela Maccari, misionera Comboniana in Ecuador

Filed under: Attualità,EVENTI E MOSTRE,NEWS DA VARAZZE — Comitato Ponente Varazzino @ 18:58

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Varazze, 30.12.2020.                                 Home page

Riti e socialità a Natale in terra di missione con sr. Daniela Maccari, misionera Comboniana in Ecuador

Come a concludere un trittico di notizie e di storie legate alla sua missione nell’America Latina, la varazzina suor Daniela Maccari, Comboniana ora a Quito in Ecuador, ci invia alcuni interessanti dettagli di vita e di tradizioni legate a quella terra, ritornando un attimo sul Natale e sulla sua attività che la vede impegnata con le consorelle in una difficile, ma entusiasmante attività ricca di cose semplici e belle.

Un affresco dai colori vivaci, dove traspare l’amore di una donna che si immedesima nella cultura e nei problemi di una vera missione, cercata e amata quale scopo della propria vita.

Facciamo nostre le sue pagine e le passiamo alla lettura di tutti coloro che ci seguono e che certamente potranno gradire e approfondire la conoscenza di quei paesi lontani, dove, accanto ai loro disagi, risplende la fiamma della solidarietà umana e religiosa.

Auguri suor Daniela Maccari, e grazie per quello che svolge con tanta cura e capacità. – (Mario Traversi)

NATALE  ALL’ANGOLO  DELLA  STRADA

E’ la mattina del 25 di dicembre del 2020. Quest’anno Natale cade di venerdì, giorno in cui, ogni settimana, donna Carmen arriva verso le otto con il carretto di frutta e verdura. Da qualche mese viene anche la figlia maggiore con il suo bambino di un anno e, da quando è nata, la figlia minore che ha compiuto da pochi giorni cinque anni.

“No, donna Carmen, oggi è Natale! Non si deve lavorare!” però lei si scusa: “Lo so, ma avevo tutta questa roba che mi andava a male!” E così va avanti a sistemare cassette e sacchi di patate, cipolle, carote, pomodori… Le due figlie scaricano dal triciclo cassette di papaie, avocados, pitahaya, guanabana e altra frutta tropicale insieme a mele, mandarini, arance… e le sistemano sul marciapiede all’angolo della strada.

Con un po’ di tristezza continuo a camminare verso la parrocchia, ma dopo la Messa di Natale, alla faccia del virus, mi prendo Abigail per mano e ritorno con lei in chiesa.

Abigail frequenta la nostra casa da quando ha poco più di due anni. Quel pomeriggio pioveva a dirotto e faceva più freddo del solito. La mamma l’ha presa dalla scatola di cartone dove la coricava per dormire e l’ho portata in casa, asciugata un po’ e stesa sul divano e, da quel giorno, ha cominciato a fare lì, la dormitina del venerdì pomeriggio.

Arriviamo alla porta della chiesa. Due giovani ci puntano il termometro al polso per controllare la febbre, ci spruzzano con alcool e appena vedo le mani di Abigail non mi controllo “Abi, hai le mani nere!” – “Ho lavorato!” mi risponde. Prendo allora il flacone dell’alcool e poi il gel e le puliscono io le mani, quelle manine che, anche la mattina di Natale, hanno lavorato.

So che donna Carmen ogni mattina si alza tra le tre e le quattro, e per portare la bambina con sé deve svegliarla presto. “A che ora ti sei alzata stamattina?” le chiedo. “Mi hanno svegliata gli uccelli che cantano, però sono stata ancora un po’ lì”.

E’ strano, ma basta un albero e a Quito ci sono tanti parchi, perché gli uccelli facciano il nido. Quello tipico di Quito é il ‘quinde’ o ‘colibrì’ che non so come resiste alla contaminazione e frastuono della città. Ce ne sono dappertutto con le penne azzurre o verdi e dai riflessi dorati, il corpo di pochi centimetri e la coda e il becco lunghissimi. Nella palma del nostro giardino, una coppia ha fatto il nido e di giorno svolazzano tra i fiori per succhiare il nettare. Anche sul fico ci sono nidi di merli che, insieme a passeri e tortore, si sentono a casa loro.

Siamo davanti al presepe della parrocchia e Gesù Bambino sorride. Anche Maria e Giuseppe hanno lo sguardo sereno. Casette, pastori, tante pecore rivestite di lana vera, un grosso kucimaialino’ in un cortile e un laghetto con oche che dondolano nell’acqua. I tre Re Magi con i loro doni e altri personaggi di diverse misure. Abigail guarda tutto in silenzio. Poi preghiamo per le nostre famiglie perché non manchi la salute, il lavoro, l’unione.

Intercediamo per genitori, fratelli, nonni… e alla fine, lei aggiunge: “E per i bebè abbandonati”. Non le chiedo perché ha fatto quella preghiera e, tenendoci per mano, ritorniamo, io a casa e lei all’angolo della strada ad aiutare la mamma.

La sera dopo, prima di andare a dormire mi connetto a internet per vedere il TG3 della Liguria e … ascolto: “Una triste notizia: un feto abbandonato sulla spiaggia di Imperia-Oneglia”. Ripenso alla preghiera di Abigail e… tra me e me, rispondo: “Ascoltala o Signore!”.

Da Quito, Ecuador, 26 dicembre 2020 – sr. Daniela Maccari – misionera Comboniana

VITA  E FAMIGLIA,  UN’ALTRA  VISIONE  IN  TEMPO  DI  NATALE

Pochi giorni prima di Natale è arrivata a Quito, sr. Aurelia, messicana, che una quarantina di anni frequentava il gruppo di aspiranti alla vita missionaria. Era la prima di 14 fratelli e sorelle, per cui, quando fui a visitare la famiglia nella sierra dello Stato di Veracruz, la mamma si lamentò con me: “Mi porta via il mio braccio destro”.

Un dettaglio che mi impressionò in quei giorni passati laggiù, fu un tavolino con seggioline basse intorno al quale mangiavano i quattro bambini più piccoli. Ricordandomi di loro, quando Aurelia riempì il modulo per l’ammissione alla congregazione e scrisse solo il nome di dieci fratelli e sorelle che era il massimo di linee che aveva la scheda, le chiesi. “Ma io ho visto più bambini in casa tua!” E lei: “Devo scrivere anche i più piccoli?”.

In quel momento mi resi conto della differenza di mentalità che esiste, soprattutto tra noi europei del dopoguerra, in relazione alla vita e alla famiglia in altri continenti.

E’ questa differenza la sento di nuovo, dopo le ultime vacanze in Italia, all’incontrarmi con questa missionaria. Ricordando la sua numerosa famiglia, le chiedo: “Aurelia, quanti nipoti hai?” Risposta: “Nipoti quaranta e… pronipoti una decina”.

La famiglia di sr. Aurelia non è povera, sono coltivatori di caffè e il papà era anche allevatore di ‘primavera’, una specie di uccello tra il canarino e l’usignolo. Ne aveva un gran salone in casa e, ogni mattina, il concerto iniziava prestissimo, mentre i fratelli maggiori tagliuzzavano banane e altra frutta oltre a distribuire ‘el alpiste’ – la scagliola in tutte le gabbie. Incontravo spesso il papà di Aurelia a Città di Messico quando portava gli uccelli ai suoi clienti tra cui anche diversi sacerdoti che, alla preghiera del mattino, appendevano la gabbia davanti al tabernacolo, perché i primavera lodassero il Signore con il loro canto.

Un’altra visione della vita e della famiglia mi si impone anche oggi, nella mia comunità di Quito, quando ascolto sr. Rose Mary, della Costa Rica, che parla dei suoi familiari. Undici fratelli e una squadra di nipoti e pronipoti, ma soprattutto un amore filiale che manifesta ogni sera, dopo la morte del papà, quando conversa per WhatsApp con la mamma che, da lontano, dà la benedizione all’unica figlia lontana.

Non continuo a parlare delle famiglie delle altre mie consorelle, sia spagnole che ecuadoriane e colombiane perché sono tutte al di sopra dei sette, otto o nove fratelli. Famiglie molto unite che, se pur tra difficoltà e sacrifici, si sono aperte strada e futuro. E la mia consorella italiana? Ha più o meno la mia età, dieci fratelli, uno dei quali sacerdote e zia di tanti nipoti e pronipoti che le hanno regalato un laptop e ogni domenica la chiamano per Skype e le condividono tante notizie della famiglia.

Ho voluto condividere quest’altra visione della vita, oggi festa della Sacra Famiglia, pur sapendo che susciterà un mucchio di commenti e opinioni diverse… ma, l’aver vissuto la maggior parte della mia vita in Africa e America Latina, mi fa riflettere come, nel mondo non solo di ieri, ma anche di oggi, si concepisce la vita e la famiglia con valori meno mercantili, meno individualisti, ma piuttosto con affetti, relazioni, amicizia, umanità, senza troppa paura dei sacrifici, preoccupazioni, sofferenze… un insieme di esperienze che riempiono l’esistenza di significato e che confermano quelle parole del vangelo “la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito”.

Buona fine 2020 e Buon Anno Nuovo 2021!

Da Quito, Ecuador, 27 dicembre 2020 – sr. Daniela Maccari – misionera comboniana

Da Quito sr. Daniela:

«Cari amici del Ponente Varazzino a tutti voi e a Mario Traversi un sincero Grazie per darmi l’opportunità di condividere un po’ della ricchezza di questa vita missionaria che va molto al di là di quello che sognavo quando all’età di 18 anni sono partita da Varazze. Una buona fine del 2020 e tanti Auguri e benedizioni del Signore per il Nuovo Anno 2021.»

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